Cibo ultra-processato: il cibo industriale lascia il segno nel sangue. E negli animali?
Il cibo ultra-processato modifica il metabolismo umano in modo misurabile. Cosa possiamo imparare da questi studi per riflettere anche sull’alimentazione di cani, gatti e pappagalli?

Scritto da Dott.ssa Giovanna Zanardi – Medico Veterinario
Pubblicato il 27 maggio 2026
Cibo ultra-processato: non è solo una questione di calorie
Quando parliamo di alimentazione, spesso ci concentriamo su calorie, proteine, grassi e carboidrati. Ma il cibo non è soltanto una somma di nutrienti. Il modo in cui un alimento viene prodotto, trasformato, conservato e confezionato può lasciare un’impronta profonda sull’organismo.

Nel 2025 uno studio pubblicato su PLOS Medicine ha mostrato un dato molto interessante: le diete ricche di alimenti ultra-processati possono essere riconosciute attraverso specifici metaboliti presenti nel sangue e nelle urine. In altre parole, il cibo ultra-processato lascia una traccia misurabile nel corpo. Questo non significa semplicemente “mangiare male”. Significa che il metabolismo risponde in modo concreto e rilevabile a ciò che introduciamo ogni giorno.
E questa riflessione, inevitabilmente, riguarda anche gli animali che vivono con noi.


Cosa sono gli alimenti ultra-processati?
Gli alimenti ultra-processati, spesso indicati con la sigla UPF dall’inglese Ultra-Processed Foods, sono prodotti industriali ottenuti attraverso lavorazioni complesse.
Secondo la classificazione NOVA, rientrano in questa categoria molti alimenti pronti da consumare o da scaldare, formulati con ingredienti che normalmente non useremmo in cucina: amidi modificati, proteine isolate o idrolizzate, zuccheri invertiti, aromi, coloranti, emulsionanti, edulcoranti e conservanti.

Sono esempi comuni:

  • merendine;
  • biscotti confezionati;
  • cereali da colazione zuccherati;
  • snack salati;
  • bibite zuccherate;
  • piatti pronti;
  • barrette;
  • carni lavorate;
  • prodotti industriali molto palatabili e a lunga conservazione.

L'alimento ultraprocessato ha una "vita" molto lunga: è ben conservabile e non si altera nel tempo. Non è equivalente a un ingrediente fresco, anche quando sulla confezione vengono riportate vitamine, minerali o claim nutrizionali rassicuranti.

Lo studio del 2025: il metabolismo “riconosce” il cibo ultra-processato
Lo studio pubblicato su PLOS Medicine ha cercato di rispondere a una domanda molto precisa:

è possibile identificare nel sangue e nelle urine una firma metabolica associata al consumo di alimenti ultra-processati?

I ricercatori hanno utilizzato i dati di 718 adulti coinvolti nell’IDATA Study, analizzando i diari alimentari raccolti nel tempo e confrontandoli con oltre 1.000 metaboliti misurati in campioni biologici. Hanno poi sviluppato dei poly-metabolite scores, cioè punteggi basati su gruppi di metaboliti capaci di predire l’assunzione di alimenti ultra-processati.
La parte più interessante è che questi punteggi sono stati valutati anche in uno studio clinico controllato: 20 soggetti hanno seguito per due settimane una dieta con l’80% delle calorie provenienti da alimenti ultra-processati e, in un’altra fase, una dieta con 0% di alimenti ultra-processati.

Il risultato è stato chiaro: i profili metabolici cambiavano in modo significativo tra le due condizioni alimentari. In pratica, il corpo non “vede” solo le calorie. Vede anche la qualità, la struttura e la trasformazione del cibo.
Cosa cambia nel corpo?
Lo studio ha identificato centinaia di metaboliti associati alla percentuale di energia proveniente da alimenti ultra-processati.
Tra i cambiamenti osservati, alcuni metaboliti legati ad alimenti freschi e vegetali risultavano ridotti, mentre aumentavano molecole associate a grassi e zuccheri trasformati, prodotti della glicazione avanzata e sostanze potenzialmente correlate ai processi industriali o al confezionamento alimentare.
Questo aspetto è importante perché molti studi sull’alimentazione si basano sui questionari alimentari, che hanno limiti evidenti: le persone possono dimenticare, sottostimare o descrivere male ciò che mangiano.
Qui invece si parla di misurazioni oggettive su sangue e urine.

Non è più soltanto “cosa dichiari di mangiare”, ma “che traccia lascia davvero il tuo cibo nel corpo”.
Cibo ultra-processato e salute umana
Le diete ricche di alimenti ultra-processati sono state associate, in diversi studi epidemiologici, a un maggior rischio di obesità e patologie croniche, comprese alcune forme di cancro. Il National Institutes of Health, commentando lo studio, sottolinea proprio l’interesse di questi biomarcatori per comprendere meglio il rapporto tra alimenti ultra-processati e salute nel lungo periodo.
Questo non significa che ogni singolo prodotto industriale provochi direttamente una malattia. Sarebbe una semplificazione scorretta.

Significa però che una dieta basata in modo stabile su alimenti ultra-processati non sembra essere metabolicamente neutra. E qui nasce una domanda importante: se questo vale per noi, cosa possiamo ipotizzare per gli animali domestici?
E negli animali? Una riflessione necessaria
Nel mondo umano, negli ultimi anni, si parla sempre di più dell’importanza di ridurre gli alimenti ultra-processati e tornare a ingredienti freschi, semplici e poco trasformati. Nel mondo animale, però, spesso accade il contrario.
Per cani, gatti e animali esotici, il cibo industriale viene frequentemente percepito come automaticamente “sicuro”, “completo” e “scientifico”, mentre il cibo fresco viene considerato più rischioso, più difficile o meno affidabile. Questa contraddizione merita attenzione.

Naturalmente non possiamo trasferire automaticamente i dati sull’uomo agli animali. Lo studio del 2025 riguarda persone adulte, non cani, gatti o pappagalli. Sarebbe scorretto dire che gli stessi metaboliti o gli stessi effetti siano già stati dimostrati nelle diverse specie animali.

Però la domanda resta valida: anche negli animali, la qualità e il grado di trasformazione del cibo potrebbero lasciare un’impronta metabolica importante?

Ad oggi, per molte specie, non abbiamo ancora strumenti clinici altrettanto precisi per misurare l’impatto di una dieta industriale sul metabolismo. Ma nella pratica veterinaria osserviamo sempre più spesso condizioni come:

  • sovrappeso;
  • ridotta massa muscolare nonostante il peso elevato;
  • alterazioni intestinali croniche;
  • squilibri epatici o lipidici;
  • patologie cadiache, aterosclerosi;
  • alterazioni comportamentali da "dipendenza" da zuccheri

Non tutte queste condizioni dipendono solo dall’alimentazione. L’ambiente, il movimento, la genetica, la gestione e la storia clinica individuale contano moltissimo.

Ma ignorare il ruolo della dieta sarebbe altrettanto sbagliato.
Alimentazione naturale non significa improvvisazione
Quando parlo di dieta naturale per gli animali, non intendo dare la dieta che troverebbero in natura: una dieta naturale deve essere studiata in base alla specie, all’individuo, alla fase fisiologica, allo stato di salute e al contesto di vita, ma non solo.
E' una dieta composta da ingredienti più freschi, semplici e poco processati.

I processi consentiti se cerchi una dieta più naturale per te e il tuo pet:
  • lavaggio;
  • taglio;
  • grattugiatura;
  • essiccazione non oltre i 42 gradi;
  • fermentazione semplice;
  • macinazione;
  • spremitura;
  • raffreddamento in frigorifero;
  • confezionamento sottovuoto.

I processi da limitare:
  • cottura e riscaldamento oltre 42 gradi;
  • surgelazione;

I processi da evitare quando si sceglie un prodotto:
  • estrusione, usata per cereali da colazione, snack, crocchette, molti prodotti secchi;
  • idrogenazione o interesterificazione dei grassi;
  • idrolisi delle proteine;
  • modificazione degli amidi;
  • raffinazione spinta di zuccheri, oli e farine;
  • ricombinazione di ingredienti isolati;
  • aggiunta di aromi, coloranti, emulsionanti, edulcoranti, addensanti, conservanti;
  • pre-frittura industriale;
  • texturizzazione delle proteine;
  • processi per aumentare palatabilità, consistenza, shelf-life e consumo rapido.
  • prodotti con alimenti processati: olio, burro, zucchero, sale, amidi, farine, miele, sciroppi, grassi estratti.

Questo è ancora più importante nei pappagalli e negli animali esotici, perché le loro esigenze nutrizionali e comportamentali sono profondamente legate all’ambiente, alla stagionalità, alla varietà e alla possibilità di manipolare il cibo.

Per i nostri animali come anche per noi il cibo non è soltanto nutrimento.

È anche esplorazione, movimento, scelta, apprendimento, arricchimento ambientale e relazione con l’ambiente.
Una dieta monotona, molto trasformata o sempre uguale può non rispondere pienamente a questi bisogni, anche quando appare “completa” sulla carta.
Pappagalli e dieta naturale: perché è un tema così importante
I pappagalli sono animali ancora profondamente legati alla loro ecologia.

In natura dedicano molto tempo alla ricerca del cibo, alla selezione degli alimenti, alla manipolazione di semi, frutti, germogli, cortecce, fiori e altre risorse vegetali. Portarli nelle nostre case non cancella questi bisogni.
Per questo, quando possibile e quando non ci sono controindicazioni cliniche, una dieta fresca, varia e ben formulata può aiutare non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche comportamentale.
La domanda corretta non dovrebbe essere: “industriale o naturale?”
La domanda corretta dovrebbe essere: “questa dieta risponde davvero ai bisogni biologici di questo animale?”
E la risposta cambia da specie a specie e da individuo a individuo.
Cosa possiamo fare, in pratica?
Per noi, il primo passo è ridurre gradualmente il consumo di alimenti ultra-processati e aumentare la presenza di ingredienti semplici, freschi e poco trasformati.
Per gli animali, il ragionamento deve essere più attento: non basta togliere un alimento industriale e sostituirlo “a occhio” con cibo fresco.

Serve una valutazione della dieta attuale, della specie, dello stato di salute, del peso, delle abitudini, dell’ambiente e degli obiettivi.
In molti casi, il passaggio verso una dieta più naturale può essere graduale e personalizzato. Non deve essere una rivoluzione improvvisa, ma un percorso costruito con criterio.
Conclusione: il cibo lascia una traccia
Lo studio del 2025 conferma un concetto fondamentale: il cibo ultra-processato non è metabolicamente invisibile. Lascia una traccia nel corpo, nel sangue, nelle urine e probabilmente nei processi che regolano la salute nel tempo.

Per gli animali, non abbiamo ancora lo stesso livello di dati per tutte le specie. Ma abbiamo abbastanza elementi per porci domande migliori.
Non dovremmo limitarci a chiederci se un alimento “copre i fabbisogni minimi”.
Dovremmo chiederci se quella dieta sostiene davvero la salute, il comportamento, la varietà, la vitalità e i bisogni naturali dell’animale.

Per questo, nel mio lavoro, scelgo di elaborare diete naturali e personalizzate, soprattutto per animali esotici: animali che, pur vivendo nelle nostre case, restano profondamente legati alla natura, alla complessità dell’ambiente e alla libertà delle loro scelte alimentari.



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Chi ha scritto questo articolo
Sono la Dott.ssa Giovanna Zanardi, dottoressa in Medicina Veterinaria. Mi occupo di animali esotici,
con particolare attenzione alla nutrizione, al comportamento e alla gestione in ambiente domestico.

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