Nel mondo umano, negli ultimi anni, si parla sempre di più dell’importanza di ridurre gli alimenti ultra-processati e tornare a ingredienti freschi, semplici e poco trasformati. Nel mondo animale, però, spesso accade il contrario.
Per cani, gatti e animali esotici, il cibo industriale viene frequentemente percepito come automaticamente “sicuro”, “completo” e “scientifico”, mentre il cibo fresco viene considerato più rischioso, più difficile o meno affidabile. Questa contraddizione merita attenzione.
Naturalmente non possiamo trasferire automaticamente i dati sull’uomo agli animali. Lo studio del 2025 riguarda persone adulte, non cani, gatti o pappagalli. Sarebbe scorretto dire che gli stessi metaboliti o gli stessi effetti siano già stati dimostrati nelle diverse specie animali.
Però la domanda resta valida: anche negli animali, la qualità e il grado di trasformazione del cibo potrebbero lasciare un’impronta metabolica importante?
Ad oggi, per molte specie, non abbiamo ancora strumenti clinici altrettanto precisi per misurare l’impatto di una dieta industriale sul metabolismo. Ma nella pratica veterinaria osserviamo sempre più spesso condizioni come:
- sovrappeso;
- ridotta massa muscolare nonostante il peso elevato;
- alterazioni intestinali croniche;
- squilibri epatici o lipidici;
- patologie cadiache, aterosclerosi;
- alterazioni comportamentali da "dipendenza" da zuccheri
Non tutte queste condizioni dipendono solo dall’alimentazione. L’ambiente, il movimento, la genetica, la gestione e la storia clinica individuale contano moltissimo.
Ma ignorare il ruolo della dieta sarebbe altrettanto sbagliato.